ISOLE SVALBARD: UN VIAGGIO AI CONFINI DEL MONDO
A chi ci chiede come mai proprio le Svalbard non sappiamo dare una risposta precisa. Come ci siamo ritrovati a volare nel luogo abitato più a nord del mondo? L’amore per l’avventura, la passione per i paesaggi nordici, il desiderio di un’esperienza diversa da tutte le altre.
Le Svalbard sono un arcipelago nel bel mezzo del Mar Glaciale Artico, sono state abitate per decenni dai lavoratori delle miniere e dai cacciatori di balene, ad oggi invece vivono principalmente di turismo ( molto poco) e di ricerca. Queste isole appartengono alla Norvegia ma per anni sono state divise con la Russia che era insediata in alcune cittadine minerarie tra cui la più famosa è Pyramiden.
Le Svalbard si trovano ai confini della terra, spesso nel mappamondo è difficile anche individuarle. Sono isole in cui la natura scandisce i ritmi della vita. Per fare una vacanza da queste parti quindi bisogna essere ben preparati non solo al freddo ( ad ottobre le temperature hanno oscillato tra i -20°C e i -10°C) ma anche alla pericolosità di questi luoghi. Infatti si può girare senza guardia armata solo all’interno del piccolo perimetro della città di Longyearbyen ma si deve comunque prestare molta attenzione, gli orsi polari girano liberi e a causa del riscaldamento globale si avvicinano sempre di più all’uomo in cerca di cibo. Un’incontro sicuramente non piacevole! A Longyearbyen infatti non è presente neanche un vero e proprio ospedale quindi è bene evitare di farsi male.
La nostra prima sera abbiamo fatto una piccola spesa nell’unico supermercato esistente che è anche la Coop più a nord del mondo, e ci siamo preparati una cenetta al caldo del nostro appartamento. L’indomani ci avrebbe aspettato la nostra prima grande avventura: scalare Sarkofagen, il monte sopra Longyearbyen da cui si vede tutto il fiordo e il paesaggio circostante. Per arrivare alla cima abbiamo camminato sopra un ghiacciaio, emozione indescrivibile, resistito ad un vento che provava a spostarci, mangiato all’interno di una grotta cibo liofilizzato, superato zone in cui la neve era alta più di un metro. Tutto questo a -20°C che mentre cammini ovviamente non percepisci ma se provi a tirare fuori le mani dai guanti per una foto in pochi secondi le dita diventano bianche. La poca pelle del viso scoperta diventa subito rossa e screpolata, le lacrime dagli occhi si congelano intorno alle ciglia, la fatica non è poca, abbiamo tre strati di indumenti addosso e ad un certo punto quando davanti a noi vediamo una morena da scalare particolarmente ripida guardo David con la faccia di una che pensa veramente di non farcela. In questi trekking inoltre la nostra guida era sempre armata per la nostra sicurezza e non potevamo allontanarci troppo da lei quindi tenere il passo del gruppo era obbligatorio. Grazie all’aiuto di David che mi ha incoraggiata continuamente e della guida che mi ha aiutata nei punti più pericolosi, siamo arrivati alla cima. La vista ci ha tolto il fiato e ogni fatica è sparita in un attimo. Che impresa abbiamo portato a termine, ed in quali condizioni climatiche! Potevamo essere fieri di noi e della nostra tenacia. La discesa è stata sicuramente più facile e a tratti divertente, le difficoltà della salita erano già dimenticate e tutti più rilassati ridevamo chiacchierando e buttandoci nelle montagne di neve alte quasi quanto noi. Nel ritorno verso casa siamo riusciti anche a vedere le renne autoctone delle isole, molto più piccole e grassottelle di quelle che si trovano in Norvegia riescono a resistere fino a -60°C !!!
Quella sera ci siamo regalati una deliziosa cenetta fuori in uno dei pochi ristoranti di Longyearbyen e abbiamo scoperto che qui la vita notturna è molto animata! Dopo cena il pub vicino al nostro appartamento ha fatto festa fino alle 3 di notte! Noi dopo una birra per David, e una Coca Cola per me siamo andati a letto. Il giorno dopo avremmo visto uno dei luoghi che più desideravamo di questo viaggio: la città di Pyramiden. Non andremo mai più così a nord in tutta la nostra vita. L’emozione è tanta.
La mattina ci vestiamo con tutti gli indumenti che abbiamo, dobbiamo essere pronti, andremo ancora più a nord e la città fantasma di Pyramiden è accanto ad un ghiacciaio. Si ho parlato proprio di città fantasma, infatti questa cittadina delle Svalbard è ormai abbandonata da tanti anni. Ci abitavano i minatori russi che lavoravano nella miniera a forma, appunto, di piramide che sovrasta la città. È arrivata negli anni ’80 ad avere fino a 1000 abitanti e anche una sede del KGB. È stata definitivamente abbandonata nel 1998 e adesso ne rimane una città immutata nel tempo (a causa del grande freddo) che pare cristallizzata agli anni dell’Unione Sovietica. Sembra in tutto e per tutto di fare un vero e proprio viaggio nel tempo.
Per arrivare a Pyramiden noi abbiamo scelto di viaggiare con una nuova imbarcazione elettrica che scivola placidamente nell’acqua come se volasse. Questo sia per il rispetto dell’ambiente che per non spaventare gli animali con il rumore dei motori. L’imbarcazione è nuova e completamente vetrata e questo permette di rimanere al caldo godendosi tutto il panorama. Dopo all’incirca due ore di viaggio, a dir poco spettacolari, arriviamo davanti al ghiacciaio. Usciti nel ponte ci siamo resi conto che la temperatura era molto, molto sotto lo zero. Il termometro segnava all’incirca -20°C, ma il vento fortissimo ce ne faceva sentire -30°C. Lo spettacolo davanti ai nostri occhi però era imponente e impressionante. Una lingua di ghiaccio alta come un grattacielo dai colori bianco azzurri si tuffava nel mare lasciando galleggiare tutto intorno piccoli iceberg. Se dovessi pensare a cosa significa essere ai confini del mondo penserei proprio a questa immagine.
Di li a poco siamo sbarcati a Pyramiden. La guida armata ci ha seguiti passo dopo passo illustrandoci ogni dettaglio e raccontandoci della vita ai tempi in cui qui vivevano i minatori russi ma anche della loro vita lì. Infatti all’incirca 5 o 6 guide vivono a Pyramiden nei mesi del turismo per accogliere le persone. Non hanno internet ed un solo edificio ha luce, riscaldamento e acqua. Non si può mai uscire da soli o senza fucile per il rischio di imbattersi negli orsi polari, e il piccolo bar che si sono creati offre una sola bevanda: provate a indovinare quale? Vodka ovviamente! E mentre ci chiedevamo come facessero queste persone a vivere per mesi in questi posti da soli abbiamo potuto vedere la statua di Lenin più a nord del mondo ( ma poi qui è tutto “il più a nord del mondo” no?), il campo da calcio, la palestra, la piscina, il cinema, le sale comuni, la cucina e tanti altri luoghi di una vita normale di 40 anni fa in Unione Sovietica. L’architettura, i dipinti, i mobili, tutto ricorda un tempo passato. Noi, completamente affascinati, eravamo anche ignari di quello che stava per succedere di lì a poco. Un piccolo autobus sgangherato era tornato a prenderci per andare alla barca e mentre chiacchieravo con una signora svedese accanto a me vedo qualcosa brillare in cielo, ma per colpa delle luci ero molto sicura. Allora dico alla signora:
“ credo ci sia l’aurora boreale fuori!”
E lei: “ah si?” per poi continuare a parlami di cose sue che non ricordo neanche più. Pensai che fosse una reazione strana, solo dopo ho realizzato che forse da svedese per lei vedere l’aurora era una cosa normale! Beh ma per me no! Ci siamo lanciati fuori dall’autobus per salire sopra la barca e dal ponte l’abbiamo vista. L’aurora boreale danzava sopra le nostre teste, verde come non mai, sopra la città di Pyramiden. Non avremmo mai immaginato di poter un giorno arrivare alle Svalbard e visitare Pyramiden… ma di vederci pure l’aurora boreale beh quello era stato un regalo troppo grande! Le luci del nord ci hanno accompagnato per quasi due ore verso il nostro ritorno a Longyearbyen e fino a che il nostro corpo ce lo ha permesso siamo rimasti nel ponte ad osservarla. Poi il troppo freddo ci ha costretti a rientrare ma comunque con il naso appiccicato alle vetrate della barca per non perderci neanche uno scintillio!
La sera all’appartamento una volta tolti i pantaloni io avevo le gambe completamente rosse e un grande prurito, le nostre facce erano arrossate e screpolate. Quelle temperature miste al vento molto forte ci avevano provato fisicamente nonostante fossimo ben equipaggiati, ma non ricordo una serata più felice, mentre mangiavamo nel nostro appartamento vista montagne, consapevoli di aver vissuto una di quelle esperienze da “una volta nella vita”. Neanche l’aver fatto evacuare tutto il palazzo per aver bruciato una padella ha diminuito quel senso di gioia ed euforia… nonostante il mio senso di colpa per aver fatto uscire tutti dai loro appartamenti in pigiama con fuori -20°C fosse alle stelle!
L’ultimo giorno in queste isole abbiamo deciso di andare a piedi fino ai confini della città, oltre i quali non si può viaggiare senza una guida armata, per salutare il Mare Glaciale Artico e vedere il più famoso cartello stradale delle Svalbard che avverte del pericolo orsi polari!!! Da qui abbiamo chiamato uno dei pochi taxi esistenti delle isole, che principalmente fanno la spola con l’aeroporto, per andare al Global Seed Vault. Un luogo che sembra uscito da un film catastrofico sulla fine del mondo. Infatti qui si trovano tutti i semi di tutte le piante della terra, una riserva globale utile in caso di guerre o disastri nucleari per preservare le diversità delle colture del mondo. Ovviamente non si può entrare, ma solo essere davanti ad un luogo del genere ti mette di fronte al fatto di essere in uno dei posti più remoti della terra, dove appunto si spera che certi disastri non arrivino mai e che da qui di conseguenza possa ripartire l’umanità. Certo c’è sempre un retrogusto amaro nel vedere questi luoghi e pensare al loro ipotetico utilizzo ma fa comprendere anche quanto fragile può essere la natura e l’impegno che dobbiamo sostenere per preservarla. Infatti, nonostante ci sembri un luogo ancora da film, utilizzabile in un futuro remoto post-apocalittico, il Global Seed Vault è già stato usato. Nel 2015 la Siria a causa della guerra civile si è vista costretta a richiedere i propri semi che ha rispedito nel 2017 dopo aver creato una nuova riserva.
Il nostro viaggio si è concluso qui, dopo 4 giorni alle Svalbard che sappiamo possano essere un piccolo assaggio di queste isole ma che ci hanno fatto vivere momenti indimenticabili. A volte tutt’ora guardiamo sulla cartina geografica fino a dove siamo arrivati, quanta strada abbiamo fatto, quanto impegno abbiamo messo e stentiamo a crederci. Se ripenso a quando abbiamo visto queste isole dall’aereo per la prima volta, tutte completamente ghiacciate, e David mi ha detto:
“siamo proprio alla fine del mondo eh!”
Quanto è vero. Siamo arrivati ai confini del mondo e abbiamo trovato persone da ogni paese vivere in armonia tra loro e con la natura in una terra che per mesi ti lascia al buio completo illuminandoti solo con le luci dell’aurora boreale e per il resto del tempo ti dedica tramonti dalle mille sfumature di rosa. Una terra in cui le temperature superano di pochi gradi lo zero solo in agosto e dove è possibile salutare le balene che sbuffano in mare ogni mattina. Dove l’unico re indiscusso è l’orso polare. Dove abbiamo incontrato un tassista Iraniano che da lassù mantiene tutta la famiglia, una biologa Italiana che lavora nell’Hurtigruten, un gruppo di donne in pensione Francesi che sembravano appena arrivate a Courmayeur e si divertivano come delle pazze, una signora Svedese per nulla stupita di vedere le luci del nord, una ragazzo Ungherese che si è prestato a fare le foto a David per un’intera escursione perché io avevo troppo freddo per tirare fuori le mani dai guanti, una coppia Tedesca che mi ha sostenuta nonostante fossi la più lenta del gruppo dicendomi quanto fossi brava (falsi!!!)… e la bellezza è che quando arrivi alle Svalbard, solo per essere arrivati fino a lassù, ci sentiamo tutti legati da questa immensa esperienza che stiamo vivendo.
Forse non proveremo mai nuovamente queste sensazioni ma una promessa ce la siamo fatti: ora che siamo stati al Polo Nord… l’Antartide ci aspetta!
